Italian

Vicende storiche su Cavenzano legate alla Villa Brunner

Fondata nel 181 a.C. Aquileia, i Romani misero in atto una vasta colonizzazione e centuriazione del territorio. Cavenzano, non molto distante dal centro di irradiazione di questa azione, deve essere stato interessato abbastanza presto. Anche la toponomastica rimanda a un etimo romano, avendo il tipico suffisso latino che indica che quella zona apparteneva a un proprietario di nome Calventius: Calventianum, quindi, era il podere di Calventius.
Il nome attuale del paese è stato raggiunto nel XVI secolo secondo un uso che imponeva l’assorbimento della pronuncia della elle nella vi.
Anche riguardo all’area in esame, i primi elementi riportano già ai tempi dei Romani. Infatti circa quindici anni fa, è stata evidenziata la strada “glareata”, con il manto in ghiaia battuta; un attento esame dei campi a cavallo della strada Perteole – Cavenzano, in assenza di colture, la mette in risalto. Essa fa parte di un asse viario che partiva da Aquileia e saliva dritto proprio fino all’attuale abitato di Cavenzano, superata la qual zona piegava leggermente a ovest, forse per seguire il corso del Torre, dirigendosi probabilmente verso Forum Julii (Cividale). Questa strada doveva essere di discreto traffico e pare che sia stata costruita alla metà del I secolo a. C. per motivi militari, magari riadattando un tratto precedente, pre romano. Poco più a nord di Cavenzano su di esse si sarebbe inserita una strada secondaria proveniente dall’odierna Stradalta e che forse poi continuava in direzione dell’attuale Villesse, collegandosi alla via per Emona (Lubiana). E al I secolo prima di Cristo rimanda anche il più clamoroso ritrovamento romano di Cavenzano, uno dei più importanti della zona al di fuori della città di Aquileia: il famoso "Navarca". Esso venne alla luce il 7 dicembre 1953 nella braida Squarcial, posta sul fianco destro (guardando verso nord) della villa Antonini – Brunner – Krcivoy. Si tratta di una statua in marmo e quindi di gran pregio, acefala, opera d’importazione o di lapicidi venuti da Roma. Inoltre nella zona sud dell’area in esame sono stati ritrovati i resti di un’antica fornace, di dubbia datazione ma che gli storici collocano in età tardo romana. Tali rinvenimenti sono stati fatti in corrispondenza dei portoni a sud e a nord della villa; da attenta analisi si nota come essi risultino allineati.
Non lontano, a circa cento metri dalla strada Aiello – Perteole, nel 1901 furono scoperti trenta scheletri umani tutti allineati su due file con i piedi rivolti a levante. Accanto a loro monete con l’effigie di Cesare Augusto.
In seguito i ritrovamenti di epoca romana non sono mancati, ma null’altro riguarda l’area che in questa sede viene analizzata.
Fino al XV secolo, a causa delle vicende storiche che coinvolgono Cavenzano non si hanno notizie che riguardino la futura villa Antonini – Brunner – Krcivoy. Nel 1500, dopo aver subito le incursioni turche, morì l’ultimo conte di Gorizia e, per vecchi patti di successione, i suoi possedimenti passarono alla casa d’Austria, che ne prese possesso rapidamente ignorando le proteste di Venezia che accampava diritti derivanti dall’essere il conte loro feudatario. Campolongo e Cavenzano facevano parte allora della contea di Gorizia e quindi furono inglobate nei possessi austriaci. Nel 1508 si giunse alla guerra, iniziata da Massimiliano d’Austria che mirava a raggiungere il mare Adriatico e che si trascinerà fino al 1516. Tutto il Friuli fu interessato dalle vicende belliche e, dopo il terremoto del 1511, anche la peste imperversò sulla regione. Approfittando di un quadro del genere, gli austriaci conquistarono Gradisca, che non tornò più in mano dei veneziani. In seguito alla pace, firmata nel 1521 che sanciva la divisione del Friuli orientale tra Austria e Venezia, Campolongo e Cavenzano divennero terre di confine della Repubblica di Venezia. I due paesi erano praticamente una penisola veneziana nel mare austriaco, collegati al resto del Friuli veneto attraverso Perteole. I contrasti con le comunità vicine cominciarono ad assumere un certo rilievo. In tale situazione, storici e documenti riportano la notizia che sull’area in analisi venne costruito un fortilizio con funzioni di avvistamento e controllo.
La svolta nella storia della villa avvenne verso la fine del XVI secolo quando Andrea e Antonio Antonini, conti di Saciletto,posto a sud – ovest, decisero di far edificare per i successori una serie di ville , tra cui quella di Cavenzano. Gli Antonini avevano il diritto di esigere dagli abitanti alcuni servizi, fra i quali “far condurre qualunque materiale necessario per la manutenzione dei castelli, mantenere pulite le fosse, accomodare strade e ponti siti nei luoghi pubblici soggetti a detta Giurisdizione, obbligo con i loro animali e carri di condurre in caso di necessità i componenti della famiglia Udine e viceversa, portare lettere e trasmessi, segare, governare fieni e condurli a casa, ogni anno per San Martino riscuotere beni in natura e denari dai coloni e dai comuni. […]Invece gli Antonini erano obbligati a fornire alla Serenissima un uomo armato a cavallo in caso di guerra”. Così su quello che fino ad allora era un fortilizio a scopi militari, cominciò un monumentale lavoro, che vide prima la modifica della struttura per renderla casa padronale, poi via via gli ampliamenti che, dalla fine del ‘600 all’inizio del ‘700, videro l’ampliamento della costruzione principale che, commettendo le precedenti abitazioni, diede la caratteristica forma ad U. Il corpo centrale è interamente occupato da un salone a tre piani e doppio ballatoio affiancato da una scala lapidea; un altro salone, a doppia altezza e balaustrato è collocato a est. Tanto redditizia fu la tenuta di Cavenzano che a decorarne le pareti venne chiamato, nel 1697 - 98, il pittore e decoratore comasco Giulio Quaglio, cui la famiglia Antonini aveva appena commissionato dei lavori nel Palazzo Maniago e pitture e decorazioni per il palazzo del conte Prospero Antonini di Patriarcato (sede attuale della Provincia); di fatto i due saloni centrali furono abbelliti con affreschi di argomento mitologico; anche le stanze al primo piano nell’ala ovest furono decorate con elementi architettonici con riquadri policromi, “L'Alba che fuga la Notte” e “L'Aurora che desta il giorno”; con il monocromo del “Silenzio”; fastosi cartigli con scene storico - mitologiche ,“Morte di Cleopatra”, “Morte di Antonio” e la “Fucina di Vulcano”.
All’inizio del XIX secolo, i lavori di abbellimento degli interni furono conclusi dal pittore Sante Zuccolo che decorò alcune sale del primo piano con fregi con girali, figure marine e divinità pagane “Giove”, “Nettuno”, “Apollo”. (La villa e le attività agricole ivi impiantate dalla famiglia Antonini godettero per lungo tempo di prosperità; ma nella seconda metà dell’800, a causa di una serie di malattie che colpirono le coltivazioni di viti e l’atrofia dei bachi che fece crollare per anni la produzione di seta, importante nell’economia locale, anche l’azienda del conte Rambaldo subì il colpo e nel 1895 fallì. L’azienda e con lei tutta la villa, compresi gli edifici costruiti ad uso agricolo, furono vendute a un ricco imprenditore triestino, Rodolfo Brunner. Il conte Antonini restò comunque legato alla villa fino al 1916, anno della sua morte poiché assunto dal Brunner stesso come amministratore dei beni. Il nuovo proprietario divenne ben presto figura di spicco nella vita del paese, diventando per un certo periodo anche consigliere comunale. In questi anni vennero edificati gli ultimi edifici della parte est, legati strettamente alla vita agricola. Egli ingrandì ulteriormente le terre in suo possesso acquistando nel 1914, dai proprietari del mulino di Alture, tutta la vasta zona di terreno che dai prati di Aiello arriva alla strada di Perteole – Cavenzano. E all’inizio del ventennio fascista, l’azienda e la villa vissero gli ultimi splendori. Infatti si assistette a un risveglio economico; l’agricoltura beneficiava di prezzi sostenuti, di facilità di credito e il lavoro salariato trovò una più ampia collocazione. Nel 1928 Brunner attivò nella sua azienda una trebbiatrice consortiva con pressa a motore che impegnava quattro operai, iniziativa certamente collegata anche alla Battaglia del Grano che dal 1926 il fascismo portava avanti per ridurre le importazioni di tale cereali.
Dal 1929 cominciarono a farsi sentire i segni della crisi economica. In pochi anni si arrivò a tassi di disoccupazione impressionanti e molte attività locali dovettero chiudere o spostarsi di sede. Così non fece Brunner che mantenne la sua azienda attiva sebbene ridimensionata e indebolita da questioni con i mezzadri.
Con la Seconda Guerra Mondiale, la famiglia Brunner cominciò ad avere grossi problemi. Essendo di origine ebrea, subì la persecuzione razziale vedendosi, tra l’altro, spogliata di molti averi; inoltre Rodolfo decise di appoggiare il movimento partigiano, con denaro e beni in natura. Cominciò così il declino della famiglia e con esse della villa.
Passano gli anni e tra alterne vicende, il complesso viene venduto, per le notevoli difficoltà economiche, alla famiglia Krcivoy di Tarvisio, la quale, in società con l’attore Alain Delon, l’imprenditore manzanese Silvano Sabot e altri facoltosi figuri, voleva trasformare la villa in un lussuoso night – club ma, durante i lavori di ristrutturazione, nel 1965, un incendio doloso devasta l’ala ovest del palazzo. “Non mi ricordo che giorno fosse… Sono passati così tanti anni… Ricordo che faceva caldo, ma non ancora così caldo da tenere aperte le finestre durante la notte. Ero a letto e a un certo punto ho sentito una scoppio incredibile… Mi sono precipitata alla terrazza di casa e ho visto le fiamme, altissime… Una visione impressionante!”: questo il ricordo che l’avvenimento ha lasciato a una signora di Cavenzano, la cui abitazione dista meno di duecento metri dalla villa Antonini – Brunner – Krcivoy. La cattiva sorte non abbandona il complesso che vede tra le sue mura il suicidio del suo proprietario e che finisce nel mirino della finanza. Gli eredi decisero di vendere la villa in tutta fretta,a un prezzo che copriva solamente il valore del fondo. Dal canto suo l’amministrazione comunale, nel 1987, aveva delineato un intervento coordinato Regione – Comune – Istituto regionale per le ville Venete per l’acquisto e la ristrutturazione dell’immobile e del suo immenso parco, ma l’elevata spesa richiesta ha contribuito ad arenare il progetto che prevedeva, tra l’altro, a trasformarne parte in abitazioni popolari, parte in casa di riposo di lusso. In questo contesto, l’Ente per le Foreste si sarebbe interessato al censimento delle specie arboree e al loro mantenimento; purtroppo il mancato intervento per il recupero ha determinato l’insabbiamento di tale iniziativa.
Nel 1992 la villa, in seguito all’autorizzazione del tribunale, è stata venduta a una società privata, la Forcoli S.p.a., tuttora proprietaria; da allora il complesso è disabitato e lasciato in completo abbandono.